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Comune di Arsita

L’antica Bacucco

Abitanti: 829
Superficie: 34,14 Km2

In posizione panoramica lungo il fiume Fino, sul lato orientale del Gran Sasso d’Italia e completamente circondata di verde, troviamo l’antico borgo di Arsita. arsitaIl territorio segnava nel periodo italico preromano, il confine tra il territorio dei Vestini (attuale provincia di Pescara) e quello dei Petruzi (Provincia di Teramo) elo stesso nome del fiume “Fino”, nella terminologia alto-medievale, era indicato come In Fluvio Fine ad indicare appunto, il fiume del confine. In panoramica posizione sulla fascia collinare pedemontana, nella catena meridionale del Gran Sasso d’Italia, l’abitato ci proietta naturalmente verso la poderosa cornice montuosa e ci si dirige, attraversando la vallata del Fino con territori vocati all’agricoltura e pastorizia, alla località Acquasanta da dove dipartono due sentieri intrisi di peculiarità: verso le Sorgenti del Fiume Fino e le Gole dell’Inferno Spaccato.

Denominata anticamente Bacucco che, secondo lo storico locale Sorricchio deriverebbe da Bacuccum ossia Bacco, secondo altri dal profeta Abacuch, le sue origini trovano eco nei rinvenimenti archeologici riguardanti perlopiù tombe, corredi, monili, tra cui spicca in particolare una fibula in bronzo ed arette fittili uscite dalle stesse matrici di quelle delle necropoli dell’Esquilino (Roma), insieme a urne cinerarie, vasi lacrimali, tracce di pavimenti e monete romane della città di Cerbolongo citata da Tito Livio ma distrutta nel basso impero.
Nel periodo medievale accanto a Bacucco comincia a comparire anche il nome Arsita. Si ricorda in particolare il diploma concesso ad Alife da Carlo I D’Angiò, 1273, in cui furono citati Bacuccum e Arsita cum Podio e, nel 1281 la Signoria di Bacucco risulta essere possesso di Riccardo Acquaviva d’Aragona.
Nel 1481 il Re Ferdinando I d’Aragona concedeva il possedimento all’Università di Penne, confermando la donazione fatta da suo figlio Alfonso di Calabria, quale ricompensa per i danni subiti per essere stata fedele al Re. Dal XVII secolo fu Feudo farnesiano, ossia appartenente a tutti quei possedimenti, beni feudali e patrimoniali in Abruzzo, che pervennero in eredità come patrimonio personale a Carlo III Infante di Spagna poi re di Napoli, c ome figlio ed erede di Elisabetta Farnese regina di Spagna, erede a sua volta per parte dei Farnese degli stati farnesiani originati nel 1539 da Carlo V alla sua figlia naturale Margherita d’Austria, già vedova di Alessandro de’ Medici poi sposa di Ottavio Farnese, e come erede della famiglia Medici dei beni che questa possedeva in Abruzzo. L’abitato attuale presenta un tessuto edilizio essenzialmente ottocentesco, che porta ancora i segni delle note vicende di brigantaggio, di cui si ricorda Donato Di Agostino Bacucco, condannato dalla Commissione militare durante le sommosse contro l’invasione francese (si può togliere).
Il centro storico si sviluppò tra il XII ed il XIII secolo attorno ad un complesso fortificato di cui restano parti delle mura, difficili da vedersi ad oggi ma rintracciabili nell’andamento ricurvo della circonvallazione occidentale dell’abitato, ed una torre angolare circolare del castello ristrutturato nell’800 e adibito a residenza nobiliare.
Del tutto singolare è la Chiesa di S. Vittoria, del XVIII secolo, la quale presenta due facciate, di cui una nasconde parzialmente l’altra; percorrendo l’antico centro troviamo ancora il Palazzo Basilicati, con la Torre cinquecentesca, e la suddetta Rocca,  trasformata nell’Ottocento in Palazzo residenziale dalla potente famiglia De Victoriis-Medori.

Un’oasi di pace
Il paese si circonda di verde, tra da boschi, sorgenti, pareti rocciose, dal vicino Monte Camicia al più lontano Gran Sasso, fino al Pizzo di Sevo ed al monte Vettore, offrendo  panorami che non lasciano indifferenti, soprattutto dalla Cima della Rocca, un rilievo di 923 m., con una particolare forma che ricorda quella di un vulcano.

Il Vecchio comune attualmente ospita un punto informativo del Parco Nazionale Gran Sasso e Monti della Laga con un Museo dedicato al Lupo. Oltre alla curiosità che questo animale dalla presenza furtiva suscita, dal magico simbolo di forza e intelligenza al feroce animale, il Museo costituisce una vera e propria esperienza emozionale di visita, uno spazio di informazione e sensibilizzazione rivolto soprattutto alle nuove generazioni, attraverso nuove tecnologie interattive, pannelli esplicativi ed un complesso apparato multimediale, capace di entusiasmare bimbi e adulti nel medesimo modo, sino a farne apprezzarne la convivenza di questo animale con l’uomo in territori a forte antropizzazione.

Dal centro abitato di Arsita si possono raggiungere tra i sentieri più suggestivi di bassa quota, quali: il sentiero dei Mulini – il mulino di Trosini e Di Francesco – e, dopo circa due ore, si arriva alle sorgenti del fiume Fino (dal mulino ca 1:45 ore). Da qui si può proseguire per il sentiero delle Gole dell’Inferno Spaccato e, deviando sulla destra, si può raggiunge il nevaio del Gravone – il nevaio più meridionale d’Europa – dopo circa 2 ore.

IL SENTIERO DEI MULINI, IL MULINO AD ACQUA DI FRANCESCO

Sulla strada che da Arsita sale a Collemesole si scorge una costruzione in pietra ben restaurata, si tratta dell’antico Mulino Di Francesco, collocato sul letto del fiume Fino, in un itinerario che da questa peculiarità prende il suo nome: il “Sentiero dei Mulini”.

L’INFERNO SPACCATO, UNA PECULIARITA’ GEOLOGICA E/ PALESTRA DI ROCCIA

Le Gole cosiddette dell’Inferno Spaccato sono un dei punti più suggesti dove si evince la mera forza della natura; altamente suggestive, sono frutto di una selvaggia e umida zona carsica, che trova eco nello sperone roccioso dell’abitato stesso.
Nella località Pietra Rotonda, nei pressi delle gole, lungo la via dei mulini, è possibile frequentare una moderna e attrezzata palestra di roccia.

Da questo luogo, immerso in un patrimonio ambientale inestimabile, dipartono anche tutta una serie di itinerari storico-culturali che spaziano dagli eremi, santuari, abbazie, castelli e, non in ultimo, un’immensa risorsa proviene anche dall’artigianato locale, produzioni tipiche e tradizioni enogastronomiche eccellenti:

Maccheroni alla “molinara” o “mugnaia”: sono spaghetti molto lunghi, raccolti a matassa, corrispondenti alle antiche trie. La farina di grano duro viene impastata con acqua tiepida salata e poi lavorata a mano con una tecnica molto tradizionale, fino a formare uno spaghetto piuttosto spesso, lungo almeno una decina di metri e poi arrotolato a matassa.

Il coatto, antico piatto pastorale cucinato con carne di pecora.

Formaggio pecorino (il pecorino di Farindola): prodotto con latte di pecora e caglio suino.

DA VISITARE

CASTELLO BACUCCO

Il Castello Bacucco domina l’affascinante centro storico, di esso rimangono solo alcune parti del recinto murario rafforzato da torri a U e una torre angolare circolare poiché oltre ad essere ampliato alla metà del ‘500, quando il territorio di Arsita fu incluso nello Stato Farnesiano d’Abruzzo, fu in seguito ristrutturato  e  trasformato in residenza nobiliare, assumendo l’aspetto che conserva ancora oggi.

CHIESA DI SANTA MARIA VITTORIA

Le origini della chiesa parrocchiale risalgono al XVI secolo, si presenta in laterizio con una facciata che si giustappone all’antica alla quale appartiene il portaletto cinquecentesco. All’interno vi è una Madonna con bambino proveniente dalla vicina chiesa di Santa Maria d’Aragona, con le mani mobili del tipo derivante dalle mirabili Madonne del noto artista Silvestro dall’Aquila.
Non mancano sculture barocche di fattura napoletana, trattandosi di un territorio appartenente all’antico regime aragonese di Napoli, argenterie varie e in particolare un ostensorio: pregevole opera datata al 1795 ancora pienamente legata ai canoni del barocco, ornato a sbalzo da volute e cartigli, con due angeli che sostengono un cuore fiammeggiante dal quale spicca la teca raggiata e preziosissime pietre.

CHIESA DI SANTA MARIA D’ARAGONA

A poca distanza, sulla strada per Penne e in un’area già occupata da una villa rustica romana, troviamo la mistica Chiesetta campestre di S. Maria d’Aragona, in una cornice naturalistica cui fanno da sfondo i monti del Gran Sasso e i colori accesi della natura, in perfetto equilibrio con la spiritualità del luogo. Costruita in semplice laterizio legato da poca malta, la struttura è alleggerita da un portico con un’arcata centrata dalla quale si accede all’edificio di culto. All’interno è appena leggibile una misteriosa figura velata leggermente china, mentre pone la mano sul ventre e sempre da qui proviene una bellissima terracotta custodita ora nella chiesa parrocchiale, una Madonna con il bambino in grembo risalente al 1531.

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